Il processo di riscrittura delle didascalie alla Fondazione Querini

Un significativo processo di revisione della comunicazione scritta reso possibile grazie all’adozione di un approccio interdisciplinare e complesso, che attiene alla curatela come alla comunicazione, all’educazione come al management


Piccole leve che innestano cambiamenti profondi nei musei, coinvolgendo tutti i dipartimenti a partire dall’ascolto del pubblico e valorizzando le formazioni: partire da questo approccio, in tempi complessi, appare la strada più sostenibile, e forse l’unica davvero efficace sul medio-lungo periodo. Prendiamo l’esempio delle didascalie di sala: minute per non oscurare i manufatti esposti, possibilmente sintetiche, sono per definizione uno strumento “scomodo” poiché costringono i visitatori a un andirivieni fra contemplazione e lettura che il nostro cervello, a ragione, percepisce come distrattivo. Le alternative sono numerose: staccarsi dalla parete e diventare audioguide o podcast; venire declinate su touchscreen o video; trasferirsi su un foglio di sala (costringendo però i visitatori a un gioco di riferimenti incrociati dal sapore enigmistico); essere “incorporate” dalla mediazione offerta da specialisti in presenza; diventare performance poetiche e provocatorie come nei lavori di Alex Cecchetti, e molto altro ancora. L’interpretazione, sasso lanciato nell’acqua, genera cerchi concentrici potenzialmente infiniti.
Parliamo necessariamente di un testo descrittivo, che cercherà di catturare l’essenza, i significati, le molteplici biografie del manufatto, e lo farà sempre in modo imperfetto perché questo è lo statuto della storia, questo è il destino dell’atto espositivo: mostrare il ventaglio ma poter soltanto alludere ai rossori, per citare la poesia di Wisława Szymborska che dà il titolo a questo articolo. Tuttavia, dal punto di vista dell’immediatezza di informazione, il blocco di testo posto in prossimità del manufatto, sua carta di identità, continua a sembrare insostituibile: è quanto emerge anche dallo studio sul pubblico svolto dalla Fondazione Querini Stampalia nel 2017.
In altre occasioni, con Maria Chiara Ciaccheri e Nicole Moolhuijsen, abbiamo scritto di metodi e strategie, di codici e pratiche relative alla redazione delle didascalie, non già nel tentativo di fornire soluzioni semplicistiche, ma di aprire alla riflessione critica e alla sperimentazione. Ora, a qualche anno di distanza dai nostri primi corsi di formazione, potendo osservare gli esiti dei casi di studio generati da quei corsi (oltre ai numerosi già in essere), vorrei analizzare più nello specifico il processo che la Fondazione Querini Stampalia di Venezia ha intrapreso, fin dal 2015, per arrivare alla riscrittura del proprio palinsesto di didascalie. Proprio la Fondazione ha ospitato in modo regolare i nostri corsi destinati ai professionisti della cultura, raccolti sotto il cappello del progetto “Senza titolo”, accogliendo una sfida importante: quella di lasciarsi attraversare da dubbi e domande e di mettere in discussione il proprio codice comunicativo, pur così autorevole a livello nazionale e internazionale (gli operatori e operatrici della Fondazione, negli anni, hanno partecipato ai corsi, su precisa richiesta della Direzione, così come hanno seguito la formazione pluriennale sul tema della lettura svolta in collaborazione con una libreria e casa editrice per l’infanzia).
Questa umiltà, mi pare, è la condizione fondamentale per innescare un vero cambiamento: certo, non è qualcosa che possa essere imposto dall’alto, ma un valore condiviso alimentato, costruito e consolidato negli anni. Altri punti di forza, pensando al caso della Querini, sono rappresentati dalla complessiva stabilità del gruppo di lavoro, dall’interlocuzione su tempi lunghi con una rosa ristretta ma variegata di consulenti esterni, e infine dall’estrema cura degli aspetti grafici e della traduzione visivo-spaziale del processo svolto, qui affidata a WeExhibit.



TEMPO E SILENZIO

Parto da alcune riflessioni di carattere generale che fanno da sfondo al lavoro della Querini. La prima, propedeutica, riguarda la valutazione del tempo: quello di permanenza in un museo rispetto al flusso della giornata, che sia quella del turista, dello specialista o del curioso; e anche il tempo di lettura delle didascalie rispetto a quello di incontro con le opere.
La sete di una conoscenza veloce, istantanea, quasi infusiva (propria dello stile di apprendimento della maggioranza dei visitatori ben prima dell’avvento del digitale), cozza contro il paziente lavoro di lettura che l’apparato delle didascalie richiede. Di fronte a questa contraddizione di fondo, è importante difendere il museo come spazio di autonomia: un luogo di apprendimento informale, infatti, deve porre la libertà del singolo in cima alla lista delle priorità. Il tempo di visita sarà necessariamente diverso per diverse tipologie di visitatori, in funzione dei loro bisogni, domande, curiosità, grado di abilità/disabilità, composizione del gruppo con cui si è andati al museo (da soli, in famiglia, con amici, con la classe), eccetera. Breve inciso: da qui l’importanza del comfort e delle sedute attrezzate: non solo per il riposo, ma anche per l’attesa del marito che ci ha preso gusto, dell’amica analitica, del compagno che spupazza il bambino. Intanto, invece di scalpitare, io che li aspetto potrò leggere in santa pace una pagina del catalogo, inquadrare quel QRcode che magari lungo il flusso della visita percepivo come un inciampo, scrivere un commento su una cartolina lasciata a disposizione dei visitatori, ascoltare un podcast che descrive le opere (possibilmente dal mio smartphone e con le mie cuffie, o con cuffie messe a disposizione dal museo, senza dover usare device con cui non ho familiarità), e così via. È quanto propone, per fare un esempio fra tanti, il Palais de Tokyo a Parigi. La dimensione “domestica” della Querini, la chiara percezione di trovarsi in una dimora che è stata abitata nei secoli passati (leggiamo infatti, inconsciamente, il dilatarsi e restringersi delle sale che asseconda le diverse funzioni originarie), sorregge e contiene la museum fatigue, la stanchezza sciabattante del turista accaldato o quella della classe a fine mattinata che riempie il web di icone grottesche, ancorché veritiere. L’architettura di Palazzo Querini Stampalia, laterale rispetto al campo su cui affaccia, è marcata da uno stacco ritmico rispetto alla città: una volta oltrepassato il ponte che conduce all’ingresso, la percezione è quella di stare dentro a un pezzo di città sempre vivo e acquatico (questo il senso dell’intervento di Carlo Scarpa), ma più quieto, fuori dai flussi del grande turismo. Aria e acqua: uno zodiaco lieve, che porta verso la sospensione e l’antigravitazionalità. Staccandosi da terra si può più facilmente entrare in una dimensione che, come quella degli astronauti, ha gesti più lenti, forse più precisi.

Molti musei stanno lavorando sul concetto di lentezza anche rispetto alle didascalie, e più in generale all’interpretazione delle opere. Penso, per esempio, ai workshop di Slow Looking proposti dal MoMa di New York la mattina di buon’ora, a museo chiuso: in gruppi di una dozzina di persone, per circa un’ora e mezza, si lavora sull’osservazione approfondita di una sola opera a partire da suggestioni puntuali dei mediatori. All’arrivo viene distribuita una scheda con una traccia di proposta per l’osservazione guidata (attraverso il colore, la forma, il ritmo…), cui si reagisce attraverso la scrittura individuale o la presa di parola; il tutto con la massima libertà e rispetto dei tempi e degli stili comunicativi di ciascuna persona. Pur se la proposta non fa esplicitamente riferimento al concetto di cultural welfare e di benessere, posso testimoniare, avendo partecipato a una di queste sessioni, che l’impatto positivo in termini di ampliamento del punto di vista e senso di connessione è davvero rilevante.
La Fondazione Querini Stampalia, grazie alla ricerca e allo studio del pubblico (a partire da quella in collaborazione con ICOM del 2015, passando per quella con il Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari del 2017), ha consapevolezza dei flussi, del passo che i visitatori adottano nel percorrere le sale, degli spazi più “caldi”. A partire da questa constatazione, nel proprio lavoro di riscrittura, il museo ha tenuto conto delle diverse velocità che possono caratterizzare l’esperienza della contemplazione e del differente tipo di attenzione che alcuni manufatti e spazi sollecitano rispetto ad altri, modulando qualitativamente e quantitativamente la propria comunicazione di conseguenza. La scelta di stampare le didascalie anche su scheda, per essere lette individualmente lungo il percorso, risponde a questo tipo di cura.



LAVORARE IN COLLETTIVO

Diversi sono stati gli esiti del lungo processo di revisione della comunicazione scritta: un ciclo di racconti dal vivo sulle feste popolari veneziane; la brochure Voci di Palazzo dedicata agli oggetti d’uso esposti, il riallestimento della sala introduttiva dedicata alla storia dei “Querini di Santa Maria Formosa”, allestita con opere e brevi testi a parete organizzati lungo una linea del tempo, e infine il nuovo apparato di didascalie. Una tappa importante in questa riflessione è stata anche la mostra Bellini/Mantegna. Capolavori a confronto (2018) che, esponendo due sole opere (la Presentazione di Gesù al tempio nell’interpretazione dei due pittori), ha costituito l’occasione per la progettazione di un apparato didascalico del tutto inedito per il museo, sviluppato lungo tre sale.
Dalle ricerche sul pubblico emergeva la richiesta di incontrare non solo singole opere o corpora esposti in ordine cronologico, ma anche contesti culturali complessi, con un’attenzione particolare all’evoluzione della società veneziana lungo i secoli. Senza scimmiottare le period rooms, si è deciso di lavorare per quadri storici, incrociando due focus: la dimensione sociale e l’aggancio con la contemporaneità.
Questa scelta giustifica la necessità di un approccio interdisciplinare e complesso, che attiene alla curatela come alla comunicazione, all’educazione come al management. La Fondazione, poi, amministra un museo, un archivio e una biblioteca: l’andirivieni fra contemplazione e lettura è insito nella sua stessa natura, e il coinvolgimento dei diversi profili (conservatori, bibliotecarie, storici, storiche dell’arte, archiviste) è dunque considerato strutturale.
Molta attenzione, anche alla luce degli apprendimenti derivati dalle esperienze precedenti, è stata attribuita alla chiarezza dei ruoli: la coordinatrice, Babet Trevisan, storica dell’arte e responsabile del museo, ha assicurato la coerenza del processo lavorando a stretto contatto con la Direzione; Nicole Moolhuijsen, in qualità di consulente, ha lavorato sul tema dell’accessibilità e sulle questioni di genere; cinque fra storiche dell’arte e bibliotecarie hanno svolto la ricerca e scritto i testi.
Per ogni sala, è stato redatto un piano interpretativo che evidenziasse le informazioni documentarie, i nodi critici e le curiosità da esplicitare. Il gruppo di lavoro si è poi dato delle regole di editing, ingombro e stile linguistico, con un accento sulla necessità di abbandonare il tono e il lessico storico-artistico precedentemente in uso. I testi sono stati letti da tutte le attrici del processo e infine validati dalla Direzione.
In museo, il processo viene comunicato al pubblico attraverso un cartello scritto in italiano, inglese e francese, come tutti gli altri testi di sala, in cui si legge:
“Restituire la complessità di un museo è una sfida importante e stimolante.
Le nuove didascalie che vi proponiamo sono il risultato di una riflessione che mira a rendere questo luogo più inclusivo. Abbiamo ascoltato le necessità dei diversi pubblici, svolto ricerche interdisciplinari e lavorato in collaborazione con le università e le industrie creative del territorio.
La casa museo della Fondazione Querini Stampalia racconta aspetti culturali della Repubblica di Venezia, intrecciandoli alla storia della famiglia e alle curiosità sulle opere e sui personaggi vissuti in questo luogo.
Come si viveva in questa dimora? Quali altre figure, oltre ai nobili di casa, abitavano il palazzo? Come si esprimeva la diversità di genere nella venezianità del XVII – XVIII Secolo? […]”.
Questa esplicitazione di metodo e obiettivi, unita all’elencazione dei nomi di tutti coloro che hanno lavorato alla riscrittura delle didascalie, è un’importante forma di assunzione di responsabilità, ancora troppo rara nei musei.



SPOSTARE I RIFLETTORI: FAR EMERGERE PROFILI E TEMI SILENZIATI

Coerentemente con una riflessione sull’accessibilità e l’inclusività molto lunga e articolata, il museo ha voluto portare al centro dell’attenzione alcune figure e temi fino ad allora silenziati o considerati marginali. L’obiettivo era quello di legare la storia alla contemporaneità, parlando “di welfare, di formazione, di sostenibilità, di donne, di moda” (Trevisan, p. 52).
Un capitolo di questa riflessione ha voluto nominare e descrivere i profili di quelle persone (e animali) presenti nella vita della dimora ma fino a oggi considerati non meritevoli di approfondimento: le maestranze, il personale domestico, gli amministratori, il gondoliere privato, i cani di Andrea Querini, e così via. A queste figure sono dedicati brevi testi su vetrofanie.
Un altro focus, particolarmente innovativo, è quello relativo alla diversità di genere, inaugurato nel giugno 2022 in occasione del mese dedicato al Pride. Partendo dall’esempio del British Museum e dalle ricerche dell’Università di Leicester, e tenendo conto della specifica natura di casa-museo dell’istituzione, si sono esplicitati alcuni temi legati alla diversità e alla non-conformità di genere.
Il ruolo delle donne e i vincoli cui erano sottoposte in una società patriarcale sono raccontati attraverso i documenti d’archivio: fondamentali, in questo senso, i contratti matrimoniali che quantificano la dote portata al marito. Riporto, a titolo di esempio, un estratto del testo interpretativo della Camera degli Sposi:
“Tra patrizi raramente la scelta della sposa o dello sposo si basa sull’attrazione reciproca, sulla simpatia o sull’amore. Il desiderio e la volontà dei giovani promessi non ha alcuna importanza, spesso si conoscono appena o addirittura non si incontrano fino al fidanzamento. Le nozze si possono celebrare a qualunque età, ma il più delle volte le ragazze delle famiglie più ricche si sposano sui ventun anni mentre i ragazzi intorno ai ventinove.
I requisiti di una buona moglie sono l’appartenenza alla nobiltà veneziana e, se possibile, a quella più antica, la “bellezza”, una dote consistente e la fertilità per procreare figli “abili al maggior Consiglio”. Per i mariti, la cui virilità è pressoché scontata, non servono particolari qualità, se non il lignaggio pari o superiore a quello della propria compagna”.

Per quanto riguarda l’orientamento sessuale, per esempio, nella Sala Mitologica si parla di travestitismo e omosessualità (anche se si è preferito usare il termine storico di “sodomia”) in riferimento al tema del controllo politico rispetto alla difformità:
“Nel Sei e Settecento Venezia ha fama di città libertina in tutta Europa, dove comportamenti fuori dalle convenzioni comuni, piaceri privati e costumi disinvolti sono accettati e ritenuti funzionali al controllo dell’ordine e dell’equilibrio delle classi sociali. Nella categoria dei “libertini” si collocano prostitute, amanti dello stesso sesso, ma anche giocatori, bestemmiatori e ateisti. Tra tutte le “libertà libertine”, lo Stato individua però nella sodomia la più destabilizzante, perché mette in crisi soprattutto la procreazione. Si istituisce allora nel 1418 […] il Consiglio dei Dieci, il Collegio contro la sodomia. Le relazioni tra persone dello stesso sesso vengono punite con la condanna al rogo. […] La sala racconta come genere e sessualità venivano affrontati nella cultura veneziana di Sei e Settecento e nei miti classici che ne ispirarono l’arte. Una prospettiva per cogliere come le diversità nella sfera amorosa e sessuale siano parte della storia occidentale”.
Quale l’impatto di questo approccio? Nicole Moolhuijsen, una delle voci più consapevoli e aggiornate per quanto riguarda la relazione fra musei e questioni di genere, scrive: “Nei paesi in cui l’educazione affettiva e sessuale viene affrontata a scuola e in un quadro di sex positivity si registrano diminuzioni considerevoli nel numero di gravidanze in età adolescenziale e per contro un innalzamento dell’età per quanto riguarda la media dei giovani sessualmente attivi. L’equazione da risolvere è semplice: maggiore educazione uguale più consapevolezza di sé stessi e rispetto reciproco”. Una sfida che vale la pena raccogliere, prendendo esempio dal caso Querini: su tempi lunghi, partendo dalla specificità delle collezioni, entro una revisione complessiva della propria policy in termini di accessibilità, trasversalmente a tutti i dipartimenti.

Anna Chiara Cimoli
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