
Statues Also Breathe
Corpo collettivo e infrastruttura di memoria
di Francesca Carol Rolla
Head of PR & Cultural Advocacy, We Exhibit
Questo testo nasce nel contesto della presenza del dipartimento PR & Cultural Advocacy di We Exhibit all’inaugurazione di Statues Also Breathe, presso MACAAL — The Museum of African Contemporary Art Al Maaden, a Marrakesh, febbraio 2026. La riflessione prende forma nello spazio della mostra, attraversandolo lentamente — ascoltando le voci che lo abitano e sostando davanti ai volti. Un tentativo di restituire ciò che è emerso da quell’incontro — nella presenza silenziosa di quell’armata di terracotta.
Il 14 aprile 2014, nella notte calda di Chibok, 276 studentesse delle scuole superiori vengono sequestrate da Boko Haram.
Non è solo un rapimento. È un atto di guerra contro l’educazione. Un atto di dominio contro il corpo femminile. Una dichiarazione di controllo sul sapere, sulla libertà e sul futuro di quelle ragazze.
Con il tempo, l’eco mediatica si attenua. Le immagini si diradano. Le parole si consumano.
Resta l’assenza —una ferita aperta nel tessuto della comunità, un vuoto che insiste.
Statues Also Breathe emerge da quella sottrazione e la rende visibile.
Centootto teste in terracotta. Centootto presenze.
Ogni volto è unico, incarnazione di una ragazza ancora dispersa.
Ogni espressione trattiene differenza, famiglia, uno sguardo che custodisce una storia.
È un gesto di restituzione.
Se l’archivio tradizionale sigilla e conserva, qui l’archivio si apre, si espande, circola.
Si attiva, entra in relazione, attraversa generazioni, e si espone al dialogo.

Photo Credits: James Stapleton
La terracotta proviene da Ile-Ife, culla spirituale e artistica della cultura yoruba.
Ile-Ife non è un luogo qualsiasi: è origine cosmologica, città mitica in cui l’umano prende forma.
Tornare alle celebri teste di Ife — naturalistiche, solenni, incise da linee verticali che sembrano tracce rituali — significa sottrarre la narrazione dalla lente coloniale che ha negato all’Africa una tradizione figurativa sofisticata. Significa affermare una continuità che precede la violenza.
Tornare a Ife significa reinscrivere queste ragazze in una genealogia millenaria.
Eredi di una civiltà complessa.
Prima e oltre la tragedia, esiste una storia che le sostiene.

Photo Credits: James Stapleton
La memoria qui è generativa.
Si genera e si rigenera nell’argilla di Ile-Ife, nelle mani degli studenti della Obafemi-Awolowo University, nello sguardo delle madri e dei padri, nel lavoro delle artigiane locali, nella presenza, a MACAAL, di due sopravvissute.
La ferita non viene spettacolarizzata.
Si verticalizza.
Le prime otto teste nascono da fotografie affidate dalle famiglie.
Da quei volti vengono tratti gli stampi.
Centootto studenti e artigiane provenienti da diverse regioni della Nigeria modellano ciascuna scultura.
La firmano.
Le 108 teste prendono forma da 108 fotografie.
E l’autorialità si sposta, si dilata, si distribuisce tra più mani.
La produzione diventa pedagogia.
La forma dell’arte assume una responsabilità collettiva.
E il gesto artistico si apre.
Campo condiviso.
Attraversamento.
Comunità.

Photo Credits: James Stapleton
Le 108 sculture respirano insieme.
Sono un’armata.
Un corpo indivisibile.
La scelta è radicale: nessuna frammentazione mercantile.
La memoria non si privatizza quando il trauma è collettivo.
Separarle significherebbe disperdere il senso. E violarle ancora una volta.
La loro forza risiede nell’indivisibilità.
Una comunità silenziosa che si costituisce nello spazio espositivo attraverso un’assenza che si fa corpo.
Sono compatte.
Sono soglia.
Non arretrano.
Sono cifra cosmologica che modifica la distanza dalla storia.
È allora che il numero 108 non appare casuale. Sembra necessario.
Coincide con le ragazze ancora mancanti nel momento in cui il progetto prende forma.
108 è ciclo: origine, vuoto e infinito.
È vibrazione che collega il corpo al cosmo e la materia alla trascendenza.
È il passaggio dalla dispersione all’unità, come i grani della mala che scandiscono il ritmo della meditazione.
Che le sculture finali siano 108 non è mai stata una scelta formale.
È allineamento. Una cosmologia che si materializza.

Photo Credits: James Stapleton
Statues Also Breathe supera la dimensione dell’installazione.
Un dispositivo pensato per generare continuità, non evento.
Intreccia università, artigianato locale, famiglie, istituzioni, media.
Mette in tensione la gerarchia autore/oggetto.
Sposta l’opera da manufatto a infrastruttura di memoria.
Abita lo spazio dell’arte e costruisce uno spazio etico.
Uno spazio in cui il dolore non viene consumato, ma riconosciuto.
Uno spazio in cui la dignità prende corpo.
Qui la tragedia non si estetizza.
La violenza resta nominata.
Il sequestro resta atto politico.
Le statue si stagliano.
L’argilla trattiene le impronte.
E nel trauma collettivo, attraverso la scultura, la forma si rialza.
Nello spazio tra i volti, la memoria insiste — vigile, presente, irriducibile.
E tiene.

Photo Credits: James Stapleton
Statues Also Breathe nasce dalla collaborazione tra l’artista Prune Nourry, l’Obafemi-Awolowo University di Ile-Ife e le famiglie delle 276 studentesse rapite da Boko Haram a Chibok, Nigeria, il 14 aprile 2014; 108 erano ancora prigioniere alla nascita del progetto. Dai ritratti affidati dalle famiglie sono state realizzate 108 teste in argilla di Ile-Ife, modellate da artigiane di Ilorin e studenti universitari. La mostra è accompagnata dal documentario di Vincent Lorca e Chioma Onyenwe. Sostenuto dalla Catharsis Arts Foundation, il gruppo di opere continuerà a itinerare fino a trovare una collocazione permanente in un museo africano, come memoria della ricchezza culturale nigeriana e della lotta per l’educazione delle ragazze nel mondo.